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30 | Settimo giorno, lunedì | “POSTAZIONE 5″

Posted by Danilo Maraschi | 30 | maalox generation | lunedì 19 dicembre 2011 00:52

Eccolo che torna. Di nuovo. In mano ha sempre la sua cartellina ed il cronometro. Che se lo metta in culo…….

Con tutti quelli che ci sono qua dentro viene a rompere da me. Ma diosanto, cosa ho fatto? Perché non se ne va da Rovesti. Già, proprio lui. Guardatelo il Rovesti. Fuma appoggiato alla lavatrice, cenere sopra i componenti e dietro una coda di pezzi tutti ancora da assemblare. Ma soprattutto, nessuno che gli dica niente. Paraculato. Paraculato e lecchino. Lui e quel 13 che è riuscito a far fare al caporeparto qualche mese fa. Chievo Juventus? “x” e non sbagli, parola mia, ha detto con quella faccia da sberle ed il solito ghigno sgembo di chi crede di avere sempre ragione. Ed è riuscito ad avere ragione. Così da allora tutti i sabati lo fanno venire a fare gli straordinari… Me li vedo proprio i loro straordinari del sabato…. Nessun pezzo grosso in giro; si mettono in ufficio e preparano il sistemone. Poi forse si può pensare a lavorare, un paio d’ore, proprio per lavarsi la coscienza. Uomini di merda. Come se non sapessi certe cose.

Allora, cosa fuori fare con quel cronometro? Proprio adesso che assembliamo la peggiore delle macchine dove ogni volta devo bestemmiare per quelle due fascette ottonate che con la pinza non mi riesce di prendere… vieni a farlo tu questo lavoro!!! No, invece te ne stai lì davanti a guardarmi con carta e penna a scrivere tutti i miei errori. E poi con quel pollice sul pulsante… clik clak. Parti e arresti, parti e arresti ad ogni macchina. Bella vita la tua. Magari sei anche parente del vicedirettore, ti vedo, sai? Ci giri sempre insieme e ci stai pure in ufficio insieme. Che schifo. Mi piacerebbe proprio vedere la tua busta paga. Chissà quanto prendi al mese. Almeno almeno il doppio di me. Prendi i tempi, sì, prendi i tempi. Guarda in che condizioni lavoriamo e poi vieni anche a soffiarci sul collo. Tre volte in una settimana. Tre volte da me e poi te ne vai senza guardare nessun’altro. Solo da me. Cosa ti ho fatto? Tengo il ritmo che mi date, alla fine della giornata ho una sola macchina dietro, una sola, cazzo, quando altri arrivano ad averne anche cinque o sei. Una sola, alle volte nemmeno una, ho perfino la postazione vuota. Qui sono scemo io che vi ho abituato bene. Cos’è, pensate di darmi qualcosa da fare in più perché vi lascio sempre tutto pulito e in ordine? Stronzi. Mi viene voglia di rallentare bellapposta. Ringraziate il cielo che non dico niente delle vesciche che mi sono venute. Altrimenti sì che sono guai per tutti. Ma a me non va proprio di fare il leccaculo. Non l’ho mai fatto e morirò pulito. Dieci come me e la ditta non farebbe pena come lo fa adesso. Se penso al Maestri mi viene da vomitare. Oggi se ne è stato a casa perché aveva voglia di scopare con quella tipa sposata, voleva portarla al motel, la camera grande con il letto dal materasso rotondo, voleva fare il signore, pagare la stanza, lo spumante, i fiori. E mica solo oggi, certo che no! Si è preso anche domani, per riposare diceva… e non di ferie o permesso, malattia! Sì, malattia pagata, fottutamente pagata. Bella vita avere un cugino medico… E come sempre nessuno dice niente. Anzi, vengono da me tre volte alla settimana a prendere i tempi.

Vuoi vedere come faccio a lavorare? Vuoi sapere in quanto tempo svolgo le mie mansioni del cazzo? Ecco, sei pronto? Via!

Tubo, fascetta, pinza, poi giro, allaccio, tiro, avvitatore, cinque viti, tubo, pinza fascetta, sistemazione cablaggio, allungo, di nuovo avvitatore ma non quello a pistola, quello dritto, già perché me ne avete dati di due tipi… 3, 2, 1, STOP!

Sei contento? Veloce e indolore, come sempre, senza una sola parola, senza una smorfia, senza un sospiro, uno sbuffo, un lamento…. Vaffanculo te e tutti quelli della tua categoria…

Tanto non ti frega niente di me, di me che poi stasera mi ritroverò sul divano a guardare la parete bianca senza nemmeno un quadro, senza nemmeno una fotografia, senza nemmeno la voglia di parlare, o di piangere o di urlare pensando a Cinzia che è scappata via.

30 | Sesto giorno, domenica | “CUBISTA”

Posted by Danilo Maraschi | 30 | maalox generation | giovedì 23 settembre 2010 18:22

Piove. Lo sa, non ha bisogno di levarsi dal letto, spostare la tenda e alzare le tapparelle. Piove. Lo capisce da come sgocciola l’acqua dalla grondaia dell’ingresso. Piove e sa che non è una pioggia battente, di quelle che devi correre via veloce altrimenti ti inzuppi le scarpe e siccome c’è anche vento l’ombrello si spalanca al contrario lasciandoti in balia del maltempo.

Piove, ma è una di quelle piogge fini, vaporose, che ci vorrebbe l’ombrello come è naturale che sia ma ti senti stupido a girare con quell’arnese in mano se tutt’intorno non vedi goccie cadere. Eppure dopo qualche metro sei già bagnato, anche sotto l’ombrello perché quell’acqua arriva da tutte le parti e quindi ti ritrovi fradicio senza che tu te ne accorga.

Insomma, Giacomo se ne resta a letto con gli occhi chiusi e la mente sveglia. E’ domenica e nessuno lo costringerà ad uscire da quel nascondiglio meraviglioso. Accanto, su una vecchia sedia di legno che ha verniciato di blu almeno due anni prima, ci sono appoggiati alcuni giornali aperti alla pagina delle offerte di lavoro. A terra i calzini ed i jeans. Dalla cucina sente arrivare le voci di sua madre e suo padre. Parlano di come posizionare certe pentole all’interno di un mobile. Suo padre vuole avere ragione, sua madre ha deciso di non ascoltarlo.

Nella notte di quel sabato notte infinito, Giacomo ha visto e amato e voluto le gambe più belle del mondo. Lucide, lisce, tornite. Si muovevano sensuali al centro della pista di una discoteca urlante nel mirino di riflettori di un sole elettrico. Lei era stupenda. Un angelo, un diavolo. Tormento unico di una notte insonne. Il seno abbondante quasi pronto ad esplodere da una maglia aderente umanamente troppo stretta per contenere ogni cosa. E lui, lì, pronto, in attesa di quell’agognato scoppio. Bramoso di raccogliere il frutto delle sue preghiere.

Giacomo si mette a guardare la luce che filtra dai fori delle tapparelle lasciandosi trascinare nel fiume d’olio di pensieri lenti e silenziosi. Immagini prive di suono scorrono davanti ai suoi occhi senza che faccia o dica nulla. Vede se stesso nudo in piedi in un deserto di sabbia rossa e brillante, vede i suoi genitori, sua madre in auto con il bagagliaio colmo di borse della spesa, vede suo padre in bicicletta con la camicia da pensionato e la giacca da pensionato ed il gilet da pensionato per le strade della campagna vicina, vede qualche amico, soprattutto Valerio che studia da anni infiniti non-si-sa-cosa all’università, ma alla fine torna di nuovo sotto quella luce ossessionante, ritmica e angosciante. Vede Jessica o Deborah o Samantha o come cavolo si possa chiamare, ballargli davanti, nuda, serpente di carne e sangue e calore e muscoli e curve e sudore e sesso. Gli occhi di lei parlano, stordiscono con sussurri e bisbigli e la bocca si apre appena ma è una voragine dove perdere l’equilibrio e cadere nel vuoto. Curve e tentazione e desiderio e voglia e pazzia di correre fra le sue braccia e baciare baciare baciare. E Giacomo si sorprende a scoprire dove le sue mani sono finite, laggiù in fondo, nel caldo delle coperte e cerca e tocca e trova…

Di colpo la porta.

-Sei sveglio? Hai provato alla Impak? Ha detto la Gloria del piano di sotto che forse cercano-

Giacomo si piega, in qualche modo copre con la coperta la sua erezione -No, mamma, ci proverò-

30 | Quinto giorno, sabato. | “MERCATO”

Posted by Danilo Maraschi | 30 | maalox generation | martedì 27 aprile 2010 12:50

Da questo lato ci sono le bancarelle dei fiori. Ama passarci davanti e respirarne i profumi. Ne esce sempre stordita, anche solo dopo qualche passo, fatto lentamente, fatto consapevolmente, fatto ad occhi chiusi. Parcheggia sempre nella via che si affaccia verso le bancarelle dei fiori, anche se in realtà non è affatto comoda. Ma non può farne a meno. Era da questa parte che entrava nel mercato con sua madre, ed è da questa parte che entra oggi lei, Veronica, con in braccio sua figlia; boccoli biondi che non le vuole tagliare perché così sembra un angelo.

C’è ressa, qui il percorso si stringe un poco. Una bancarella di abiti da donna svende a pochi euro confezioni colorate, troppo colorate per i gusti di Veronica. Lei ama le tinte pastello, soprattutto il celeste. Anche da piccola voleva vestirsi così. E quelle belle gonne rosa con fiori allegri restavano nel cassetto. Forse perché il celeste le ricorda il cielo. Almeno lassù c’è spazio! Dice con un sorriso a Matilde, la piccola Matilde che la guarda e basta, senza capire, senza chiedere, ma va bene così.

Una giovane ragazzina cinese le guarda. Con un sorriso disegnato a matita con tratto leggero la invita a guardare la propria mercanzia. Dietro al banco un uomo in piedi con viso serio, dritto e asciutto, resta in silenzio e immobile. Veronica non si ferma, prosegue, non guarda nemmeno cosa dondola sopra la sua testa da alcuni mezzi manichini in cartone. Un senso di strano e curioso e inspiegabile timore rende più veloce il suo passo tra la gente.

Le cose da comprare non sono poi tante. Le solite di sempre, come una base sicura da cui partire per i ripetitivi e certi menù settimanali. Poi c’è Matilde. Una tutina di una taglia in più, perché si sta allungando a vista d’occhio. Delle calzine e biancheria intima. Infine qualche extra, se avanzano i soldi, se qualcosa resta tra le bancherelle delle occasioni, anche in quella dei colori sgargianti se da altre parti non si trova niente. Ma in genere Veronica sfiora con la mano i tessuti e resta a guardare mentre intorno donne più decise allungano biglietti e monete.

Si volta e lascia perdere. Magari la prossima volta. Sì, la prossima settimana se trovo quella maglia che mi piace tanto, se trovo quel colore, quell’offerta, quell’occasione… sì, la prossima settimana, ci sarà ancora quell’ottima occasione. La prossima settimana.

Veronica con la borsa in mano torna sui suoi passi, ripercorre all’indietro la strada di sempre. Si dirige verso l’auto non senza passare di nuovo davanti alle bancherelle dei fiori e respirare, respirare, respirare ancora il profumo e sentirsi bene, benissimo, sentire che il mondo non è poi così duro come sembra, così difficile, così ruvido da affrontare. Che forse non sarà impossibile uscire bene dalla separazione da Michele, che Matilde cresca senza fatica ed in salute, che non troppe volte chieda perché papà non c’è, che forse la crisi in ditta che stanno paventando i colleghi e quelli del sindacato è solo un periodo e che poi tutto torni alla normalità. Anzi forse meglio. Già, perché no? Forse addirittura meglio, forse Veronica dovrà anche cercarsi una baby sitter nelle ore in cui dovrà fare perfino straordinari. Sorride Veronica e Matilde con lei. È sabato e per due giorni staranno una attaccata all’altra. Veronica e Matilde.

30 | Quarto giorno, venerdì. | “COUNTDOWN″

Posted by Danilo Maraschi | 30 | maalox generation | venerdì 19 marzo 2010 22:53

Ho davanti a me sette ore di sonno. Magari fatte male. Ultimamente sogno cose strane. Come quella volta che venivo inseguito da gente a cavallo. Poi mi sono svegliato e non sono più riuscito a dormire. Suonerà la sveglia; mi alzerò e in un’ora e mezzo dovrò lavarmi con gli occhi chiusi, far colazione con la nausea, vestirmi infreddolito, saltare sulla bicicletta e pedalare fino alla stazione con il fiato in gola. Poi prenderò il treno che veloce o quasi scivolerà in ritardo attraverso le campagne monotone e tristi, camminare di buona lena lungo l’ultimo chilometro che mi separa dalla fabbrica e infine, con lo stomaco contratto, timbrare.

Da quel momento in poi inizieranno le prime quattro ore di lavoro. Le solite di sempre da quindici anni a questa parte. Le macchine da assemblare, le chiacchiere da gestire, gli sguardi da sostenere. Dopo di che, un’ora per pranzare nella mensa. Altre quattro di lavoro uguali alle precedenti come un unico fango viscido. Timbrerò e ripercorrerò il chilometro che porta in stazione. L’attesa sulla panchina in cemento sarà di quarantacinque minuti, perché il treno prima non mi riesce proprio di prenderlo. Starò a fissare le piastrelle della sala d’attesa distratto ogni qualvolta dai passi della gente. E quando il treno arriverà sarà trascorsa un’altra mezzora prima che io riesca a tornare a casa.

Mi cambierò, mi laverò e preparerò la cena fatta di cose spiccie, sempre uguali a sé stesse. Poi mi siederò al tavolo e davanti alla TV ingoierò cose accorgendomi solo troppo tardi che sarà trascorsa un’ora e mezza. I piatti mi guarderanno dal lavello e vinceranno la sfida, perché la casa è piccola e con il disordine mi sembra ancora più angusta. Così se aggiungo un poco di pulizia se ne vanno altri trenta minuti.

Alle volte c’è la lavatrice oppure la lampadine bruciata. Ci sono i conti da fare: entrate, uscite, uscite; alle volte sembra una fuga di massa. E comunque la lancetta non si fermerà e farà l’intero giro del quadrante.

Quando finalmente mi siederò sul divano-letto il telefono suonerà e mamma mi chiederà se la tosse mi è passata e se ho appeso al muro il ritratto di zio Bruno.

Poi più nulla.

Questa volta per davvero. Da quel momento in poi il tempo sarà mio e ne farò l’uso più improprio che potrò. Novanta minuti miei, tutti miei, solo miei, in cui nuotare e gozzovigliare e volare in quella fetta di spazio tempo personale, intimo, segreto. Novanta minuti………………………………..

E non ne farò nulla. Perché disidratato di vita. Si scioglierà tutto quanto e solo qualche goccia mi rimarrà sulle labbra. Quelle che bastano per farmi lavare i denti, togliermi i vestiti e andare a letto.

Sotto le coperte, al buio, cercherò il soffitto. Sopra di esso altri cinque appartamenti, poi il tetto. Infine il cielo. E lo immaginerò nero, con le stelle, slegato da tutto.

30 | Terzo giorno, giovedì. | “ORE 17,00″

Posted by Danilo Maraschi | 30 | maalox generation | sabato 6 febbraio 2010 15:46

A stare in piedi mi fa male la schiena, ma so anche che seduto tutto il giorno è peggio. Dagli altri uffici suonano i telefoni. A volte sono conversazioni veloci, scambi rapidi di battute e informazioni. Allora si intuisce facilmente che si tratta di chiamate interne dove i preamboli di cortesia possono essere evitati. Altre volte, invece, si avvertono telefonate più lunghe dove in genere si esordisce con un “buongiorno, come va?” che ha il sapore falso di un perbenismo commerciale.

Sono davanti alla fotocopiatrice. Il fascicolo che devo duplicare parla di legge sulla sicurezza nell’ambiente di lavoro. Così penso al lavoro “sicuro” e dondolando sui doppi sensi cado sul mio contratto interinale che di “sicuro” ha ben poco. Ma io devo solo fotocopiare.

Nel grande ufficio dietro di me entrano ed escono un gran numero di persone. Alle volte qualcuno si affaccia e basta, senza chiedere nulla. Nessuno, per fortuna, mi fa domande. Davanti ho un enorme finestra dove riesco a vedere sui vetri la luce riflessa della fotocopiatrice pennellare elettricamente lo spazio intorno. Muovo le mani automaticamente guidato dai ronzii ritmati e dalle vibrazioni.

Dall’altra parte del corridoio, nel mezzo, sorprendo Sergio Mantechiari. Quarantacinque anni, alto, magro, vive da sempre con sua madre. Se ne sta in piedi, in silenzio, e pensa a chissà cosa. Lo prendono in giro perché tutti i giorni alle cinque di sera si alza dalla scrivania e si affaccia ad una delle tante finestre per assistere all’uscita degli operai. Guardo il mio orologio, sono le cinque. Sorrido e penso che su quel tipo ognuno si è fatta una storia. Di quelle piene di pettegolezzi che servono ad arrivare a fine giornata.

Smetto di fotocopiare e provo ad avvicinarmi a lui, in silenzio. Pazienza se poi verrò ripreso dal capo ufficio. Ad un solo passo di distanza cerco la direzione del suo sguardo e lo seguo fino ad arrivare inevitabilmente al parcheggio. Le auto si ammucchiano, qualcuno sguscia via in bicicletta e poi la gente a piedi, che fa ancora più confusione agita mani, saluta, ride…

Dopo qualche minuto Sergio Mantechiari si volta verso di me, mi guarda ed io guardo lui. Ha gli occhi opachi e i capelli spettinati come se si fosse appena grattato la testa senza poi pensare che sarebbe stato carino far scivolare la mano sulla testa per rimettersi in ordine. Ormai nel piazzale sono rimasti i pochi che non corrono, che non hanno fretta di tornare a casa.

Rimaniamo uno di fronte all’altro per qualche secondo. Poi lui con un piccolo colpo di tosse pare schiarirsi la voce e con un soffio mi domanda: che vuoi?

Non lo avrei mai immaginato qualche minuto prima… mi sono sentito un ladro, sorpreso in camera da letto a rovistare nei cassetti. Abbasso lo sguardo, non ho nulla da chiedere.

30 | Secondo giorno, mercoledì. | “PROFUMO DI SPINACI”

Posted by Danilo Maraschi | 30 | maalox generation | mercoledì 20 gennaio 2010 15:12

A mio marito non piacciono gli spinaci. Per questo li cucino solo per me, la sera, quando lui fa il turno di notte.

Sono poche le donne che fanno il turno di notte, forse due. Speravo tanto di non farlo quando io e mio marito facemmo domanda di assunzione in fabbrica. Ricordo che tremavo al momento della consegna del modulo in portineria. Poi ci assunsero entrambi ed io fui graziata da una maternità da sostituire al montaggio dove il turno di notte non si faceva. Mio marito invece, passò allo stampaggio lamiere. Così nella settimana del turno di notte cucino spinaci e cavoli. E questo da oltre ventidue anni. Ma presto arriverà la pensione.

Stare a casa da sola, però, mi fa paura. Accendo la televisione e lascio che disturbi tutte le stanze con le chiacchiere. Voglio sentirmele addosso, come un maglione di lana. Ogni tanto mi guardo alle spalle. Franco dice che dovrei smetterla di comportarmi così, ha ragione, ma non posso farne a meno. Avverto come la presenza di qualcuno dietro di me. Allora accendo le luci, tutte le luci. E magari alzo ancora il volume della televisione.

Dalla cucina si sentono dei rumori metallici. Lo so, lo so bene che si tratta delle pentole che conquistano equilibri mentre si asciugano sullo scolapiatti. Ma io ho paura lo stesso. Ho paura perché seduto sul divano c’è qualcuno. E’ un uomo vestito di scuro.

Si ricomincia.

La dottoressa mi ha detto che stavo guarendo dalle visioni e gli antidepressivi che mi aveva dato sembravano fare il loro lavoro. Ma allora perché? Negli ultimi quattro anni sono ingrassata quindici chili. Forse le medicine. Sono cinque le pastiglie che prendo nell’arco della giornata.

Intanto l’uomo sulla poltrona non è andato via. Anzi, accanto a lui in piedi c’è qualcun altro. Mi sembra di conoscerlo. Arturo Solimeni, il vecchio caporeparto. All’epoca si era innamorato di me e la voce si era sparsa in giro. Ne parlavano tutti in fabbrica, anche al reparto stampaggio lamiere. Franco faceva spallucce, si fidava di me. La verità la conoscevamo solo noi. Poco ci importava quello che diceva la gente.

Ma io, Arturo Solimeni, l’ho baciato. Una volta, una sola volta. Nel magazzino. Stavo prendendo delle scatole quando voltandomi lo trovo davanti. Non mi dice nulla, si avvicina con un passo, mi mette le mani sulle spalle e mi bacia sulla bocca.

Ma nel magazzino non c’eravamo solo noi due. Franco venne a saperlo. Io gli dissi che non era vero. No, Franco, lo sai com’è la gente! Ma di notte… di notte sognavo quel bacio e sognavo di fare l’amore con Arturo. E adesso è lì che guarda, in piedi, accanto a chissà chi.

Mi alzo e passo in cucina. Sul tavolo ci sono le pastiglie. Prendo quella della sera. Nell’aria si sente ancora l’odore degli spinaci. Quando torno in soggiorno non c’è più nessuno. Nessuno mi guarda. Adesso posso finalmente piangere senza che qualcuno possa dire una sola parola.

30 | Primo giorno, martedì. | “FUTURO”

Posted by Danilo Maraschi | 30 | maalox generation | venerdì 8 gennaio 2010 14:42

Apro gli occhi. Le tre. Simona si muove, si rigira nel letto, è sveglia. Io resto immobile voltato di spalle. A cena mi parlava di quanto fosse difficile immaginarsi madre a venticinque anni. Faceva di continuo dei paragoni con le altre mamme che conosceva, la sua compresa. Perfino sul modo di vestire. Poi cercava di analizzare quale fosse l’atteggiamento giusto da seguire. Essere ferma o accondiscendente? Sai, alcune dicono che vogliono fare l’amica, io non ci credo, lo fanno per non credere di invecchiare… Ma adesso Simona si alza e si dirige verso il bagno. Io mi giro e faccio appena in tempo a vedere la sua ombra sulla parete del corridoio appena accende la luce del bagno. Poi scompare tutto appena chiude la porta. Ascolto i suoi rumori. Cerca qualcosa in un cassetto, si siede sulla tazza, apre l’acqua. Non sento più nulla.

Mi diceva di avere paura. Anch’io ne ho, le ho risposto. Davvero? Sì, non so se sarò all’altezza. E’ come se ad un tratto ti accorgi che tutto quello che hai fatto finora è servito per questo momento, ma solo adesso ne sei consapevole; così, se non ti sei allenato bene, quello che dovrebbe essere l’ennesimo ostacolo da saltare in agilità non è altro che l’ennesimo muro dove sbattere.

Mi alzo e a piedi scalzi vado verso il bagno; busso alla porta. Simona mi apre e mi prende la mano guardandomi con occhi lucidi. Ci sediamo uno accanto all’altra sul bordo della vasca. Le spalle e la schiena mi si raffreddano subito. Il bagno, di notte, per me solo quando sto male. Come quando da piccolo prendevo l’influenza e allora correvo in bagno febbricitante, con la nausea e chiamavo mamma… mamma… E adesso che sto bene non mi piace stare. Guardo Simona e poi guardo davanti a me. Guardo le tre linee che troneggiano sul ripiano del lavandino, accanto al piattino del sapone. La prima per confermare che l’operazione è corretta, la seconda come riferimento, la terza…

Torno a guardare Simona che ha gli occhi rossi, forse vuole piangere. Anch’io ho voglia di piangere o parlare o tornare a letto. Resto seduto in silenzio, però. Stringo la mano di Simona e mi concentro sulla terza linea del test di gravidanza. Padre, diventerò padre.

Sei ore dopo dalla bocca del direttore di stabilimento escono parole pesanti. Intuisco cassa integrazione, impossibilità di continuare, mercato estero, Cina, inflazione, Governo, posti di lavoro, licenziamenti, futuro, trenta giorni.

No, trenta giorni non è futuro, penso. Trenta giorni di tempo è già passato. In un mese non si riesce a fare nulla. Come rappresentante sindacale mi sarei dovuto alzare di scatto e picchiare i pugni sulla scrivania, avrei dovuto urlare e far valere le ragioni di tutti coloro di cui ero portavoce, dovevo farlo io come gli altri tre ragazzi che sono con me nell’ufficio. Resto invece seduto senza fiato. Fisso lo sguardo al pavimento. Ora non parla più nessuno. Nemmeno il Direttore, che si è seduto alla sua poltrona tenendo la testa tra le mani.

Lo stabilimento chiuderà definitivamente. Per oltre quarant’anni è stato il cuore pulsante del paese, tutti hanno un padre o un figlio o un parente che lavora o ha lavorato tra queste mura. La facciata d’ingresso è più conosciuta di quella della chiesa maggiore. Nel lato nord, dove ci sono i muri del reparto verniciatura, io e gli altri bambini del vicinato disegnavamo la porta e giocavamo a pallone e ricordo che mio padre spuntava dalla finestra del bagno del reparto per chiedere chi vinceva. Anni dopo ho solcato la stessa soglia che mio padre aveva consumato con le sue scarpe pesanti sempre sporche di polvere bianca.

In reparto ci aspettavano tutti quanti. Volevano sapere quello che che già da tempo avevano intuito. Ma lo volevano vedere nero su bianco, volevano la conferma. La condanna. Mentre scendevamo le scale degli uffici stringevo in mano la lettera della Direzione. Mi bruciava la mano, mi bruciava l’anima. Attraversando il piazzale centrale più d’uno, che in quel momento vi lavorava, cercava di carpire un’anticipazione dai nostri sguardi. Noi guardavamo a terra.

Di colpo rividi davanti ai miei occhi le tre linee del test di gravidanza. Mi domandai se per il Direttore anche quelle erano futuro.

30 | MAALOX GENERATION

Posted by Danilo Maraschi | 30 | maalox generation | venerdì 8 gennaio 2010 14:26

30

“30” è la cronistoria di un mese, l’ultimo, di uno stabilimento in chiusura. Uno stabilimento che produceva migliaia di lavatrici al giorno su catena di montaggio, abitato da oltre cinquecento dipendenti.

Trenta sono i racconti, uno per ogni giorno, uno per ogni anima. Trenta sono le fotografie narrate di trenta personaggi diversi, buoni o cattivi che siano, che giorno dopo giorno si susseguono a volte sfiorandosi altre intrecciandosi per confluire tutte nell’ultima ora di lavoro.

I racconti hanno un tempo di lettura pari a quello necessario per l’assunzione di una pastiglia di Maalox, di cui, in una confezione se ne contano proprio trenta.

“30” è uno sfogo, un pianto, un urlo…

“30″ è opera letteraria di Danilo Maraschi. Su questo blog tutti i trenta racconti.