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30 | Primo giorno, martedì. | “FUTURO”

Posted by Danilo Maraschi | 30 | maalox generation | venerdì 8 gennaio 2010 14:42

Apro gli occhi. Le tre. Simona si muove, si rigira nel letto, è sveglia. Io resto immobile voltato di spalle. A cena mi parlava di quanto fosse difficile immaginarsi madre a venticinque anni. Faceva di continuo dei paragoni con le altre mamme che conosceva, la sua compresa. Perfino sul modo di vestire. Poi cercava di analizzare quale fosse l’atteggiamento giusto da seguire. Essere ferma o accondiscendente? Sai, alcune dicono che vogliono fare l’amica, io non ci credo, lo fanno per non credere di invecchiare… Ma adesso Simona si alza e si dirige verso il bagno. Io mi giro e faccio appena in tempo a vedere la sua ombra sulla parete del corridoio appena accende la luce del bagno. Poi scompare tutto appena chiude la porta. Ascolto i suoi rumori. Cerca qualcosa in un cassetto, si siede sulla tazza, apre l’acqua. Non sento più nulla.

Mi diceva di avere paura. Anch’io ne ho, le ho risposto. Davvero? Sì, non so se sarò all’altezza. E’ come se ad un tratto ti accorgi che tutto quello che hai fatto finora è servito per questo momento, ma solo adesso ne sei consapevole; così, se non ti sei allenato bene, quello che dovrebbe essere l’ennesimo ostacolo da saltare in agilità non è altro che l’ennesimo muro dove sbattere.

Mi alzo e a piedi scalzi vado verso il bagno; busso alla porta. Simona mi apre e mi prende la mano guardandomi con occhi lucidi. Ci sediamo uno accanto all’altra sul bordo della vasca. Le spalle e la schiena mi si raffreddano subito. Il bagno, di notte, per me solo quando sto male. Come quando da piccolo prendevo l’influenza e allora correvo in bagno febbricitante, con la nausea e chiamavo mamma… mamma… E adesso che sto bene non mi piace stare. Guardo Simona e poi guardo davanti a me. Guardo le tre linee che troneggiano sul ripiano del lavandino, accanto al piattino del sapone. La prima per confermare che l’operazione è corretta, la seconda come riferimento, la terza…

Torno a guardare Simona che ha gli occhi rossi, forse vuole piangere. Anch’io ho voglia di piangere o parlare o tornare a letto. Resto seduto in silenzio, però. Stringo la mano di Simona e mi concentro sulla terza linea del test di gravidanza. Padre, diventerò padre.

Sei ore dopo dalla bocca del direttore di stabilimento escono parole pesanti. Intuisco cassa integrazione, impossibilità di continuare, mercato estero, Cina, inflazione, Governo, posti di lavoro, licenziamenti, futuro, trenta giorni.

No, trenta giorni non è futuro, penso. Trenta giorni di tempo è già passato. In un mese non si riesce a fare nulla. Come rappresentante sindacale mi sarei dovuto alzare di scatto e picchiare i pugni sulla scrivania, avrei dovuto urlare e far valere le ragioni di tutti coloro di cui ero portavoce, dovevo farlo io come gli altri tre ragazzi che sono con me nell’ufficio. Resto invece seduto senza fiato. Fisso lo sguardo al pavimento. Ora non parla più nessuno. Nemmeno il Direttore, che si è seduto alla sua poltrona tenendo la testa tra le mani.

Lo stabilimento chiuderà definitivamente. Per oltre quarant’anni è stato il cuore pulsante del paese, tutti hanno un padre o un figlio o un parente che lavora o ha lavorato tra queste mura. La facciata d’ingresso è più conosciuta di quella della chiesa maggiore. Nel lato nord, dove ci sono i muri del reparto verniciatura, io e gli altri bambini del vicinato disegnavamo la porta e giocavamo a pallone e ricordo che mio padre spuntava dalla finestra del bagno del reparto per chiedere chi vinceva. Anni dopo ho solcato la stessa soglia che mio padre aveva consumato con le sue scarpe pesanti sempre sporche di polvere bianca.

In reparto ci aspettavano tutti quanti. Volevano sapere quello che che già da tempo avevano intuito. Ma lo volevano vedere nero su bianco, volevano la conferma. La condanna. Mentre scendevamo le scale degli uffici stringevo in mano la lettera della Direzione. Mi bruciava la mano, mi bruciava l’anima. Attraversando il piazzale centrale più d’uno, che in quel momento vi lavorava, cercava di carpire un’anticipazione dai nostri sguardi. Noi guardavamo a terra.

Di colpo rividi davanti ai miei occhi le tre linee del test di gravidanza. Mi domandai se per il Direttore anche quelle erano futuro.

2 commenti »

  1. Comment by Roberto — 8 gennaio 2010 @ 15:05

    Ciao Danilo,
    le parole sembrano essere superflue, fuori luogo. A volte laceranti come un peso attaccato ad un lembo di una ferita aperta.. non servono..
    Non serve dirti che sono dispiaciuto, che mi sembra ancora incredibile sentire queste storie provenire dai miei amici, da un paese che non è più capace di crescere… Voglio solo, ancora una volta, sforzarmi di vedere al di la di questo stretto confine dettato dalle regole di una economia che ha perso ogni valore e augurare a te, come a me, di avere la capacità di trovare nuove vie, nuovi orizzonti per i nostri occhi e per i nostri cuori. La fortuna non esiste, una frase che è il titolo di un libro di Mauro Calabresi che ho da poco finito di leggere e che continuo a sbirciare nei momenti di sconforto…. Esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione. Allora ti auguro di incontrare presto la tua occasione. Il resto ce l’hai già.

  2. Comment by Umberto Verdoliva — 10 gennaio 2010 @ 09:18

    una storia che ho letto tutta d’un fiato…probabilmente una storia che si ripete spesso in tante famiglie. Voglio solo dire a chi ne è protagonista di impegnarsi a trovare l’occasione e non credere che sia tutto finito…e come fotografare…cercate la luce…

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