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30 | Settimo giorno, lunedì | “POSTAZIONE 5″

Posted by Danilo Maraschi | 30 | maalox generation | lunedì 19 dicembre 2011 00:52

Eccolo che torna. Di nuovo. In mano ha sempre la sua cartellina ed il cronometro. Che se lo metta in culo…….

Con tutti quelli che ci sono qua dentro viene a rompere da me. Ma diosanto, cosa ho fatto? Perché non se ne va da Rovesti. Già, proprio lui. Guardatelo il Rovesti. Fuma appoggiato alla lavatrice, cenere sopra i componenti e dietro una coda di pezzi tutti ancora da assemblare. Ma soprattutto, nessuno che gli dica niente. Paraculato. Paraculato e lecchino. Lui e quel 13 che è riuscito a far fare al caporeparto qualche mese fa. Chievo Juventus? “x” e non sbagli, parola mia, ha detto con quella faccia da sberle ed il solito ghigno sgembo di chi crede di avere sempre ragione. Ed è riuscito ad avere ragione. Così da allora tutti i sabati lo fanno venire a fare gli straordinari… Me li vedo proprio i loro straordinari del sabato…. Nessun pezzo grosso in giro; si mettono in ufficio e preparano il sistemone. Poi forse si può pensare a lavorare, un paio d’ore, proprio per lavarsi la coscienza. Uomini di merda. Come se non sapessi certe cose.

Allora, cosa fuori fare con quel cronometro? Proprio adesso che assembliamo la peggiore delle macchine dove ogni volta devo bestemmiare per quelle due fascette ottonate che con la pinza non mi riesce di prendere… vieni a farlo tu questo lavoro!!! No, invece te ne stai lì davanti a guardarmi con carta e penna a scrivere tutti i miei errori. E poi con quel pollice sul pulsante… clik clak. Parti e arresti, parti e arresti ad ogni macchina. Bella vita la tua. Magari sei anche parente del vicedirettore, ti vedo, sai? Ci giri sempre insieme e ci stai pure in ufficio insieme. Che schifo. Mi piacerebbe proprio vedere la tua busta paga. Chissà quanto prendi al mese. Almeno almeno il doppio di me. Prendi i tempi, sì, prendi i tempi. Guarda in che condizioni lavoriamo e poi vieni anche a soffiarci sul collo. Tre volte in una settimana. Tre volte da me e poi te ne vai senza guardare nessun’altro. Solo da me. Cosa ti ho fatto? Tengo il ritmo che mi date, alla fine della giornata ho una sola macchina dietro, una sola, cazzo, quando altri arrivano ad averne anche cinque o sei. Una sola, alle volte nemmeno una, ho perfino la postazione vuota. Qui sono scemo io che vi ho abituato bene. Cos’è, pensate di darmi qualcosa da fare in più perché vi lascio sempre tutto pulito e in ordine? Stronzi. Mi viene voglia di rallentare bellapposta. Ringraziate il cielo che non dico niente delle vesciche che mi sono venute. Altrimenti sì che sono guai per tutti. Ma a me non va proprio di fare il leccaculo. Non l’ho mai fatto e morirò pulito. Dieci come me e la ditta non farebbe pena come lo fa adesso. Se penso al Maestri mi viene da vomitare. Oggi se ne è stato a casa perché aveva voglia di scopare con quella tipa sposata, voleva portarla al motel, la camera grande con il letto dal materasso rotondo, voleva fare il signore, pagare la stanza, lo spumante, i fiori. E mica solo oggi, certo che no! Si è preso anche domani, per riposare diceva… e non di ferie o permesso, malattia! Sì, malattia pagata, fottutamente pagata. Bella vita avere un cugino medico… E come sempre nessuno dice niente. Anzi, vengono da me tre volte alla settimana a prendere i tempi.

Vuoi vedere come faccio a lavorare? Vuoi sapere in quanto tempo svolgo le mie mansioni del cazzo? Ecco, sei pronto? Via!

Tubo, fascetta, pinza, poi giro, allaccio, tiro, avvitatore, cinque viti, tubo, pinza fascetta, sistemazione cablaggio, allungo, di nuovo avvitatore ma non quello a pistola, quello dritto, già perché me ne avete dati di due tipi… 3, 2, 1, STOP!

Sei contento? Veloce e indolore, come sempre, senza una sola parola, senza una smorfia, senza un sospiro, uno sbuffo, un lamento…. Vaffanculo te e tutti quelli della tua categoria…

Tanto non ti frega niente di me, di me che poi stasera mi ritroverò sul divano a guardare la parete bianca senza nemmeno un quadro, senza nemmeno una fotografia, senza nemmeno la voglia di parlare, o di piangere o di urlare pensando a Cinzia che è scappata via.

30 | Sesto giorno, domenica | “CUBISTA”

Posted by Danilo Maraschi | 30 | maalox generation | giovedì 23 settembre 2010 18:22

Piove. Lo sa, non ha bisogno di levarsi dal letto, spostare la tenda e alzare le tapparelle. Piove. Lo capisce da come sgocciola l’acqua dalla grondaia dell’ingresso. Piove e sa che non è una pioggia battente, di quelle che devi correre via veloce altrimenti ti inzuppi le scarpe e siccome c’è anche vento l’ombrello si spalanca al contrario lasciandoti in balia del maltempo.

Piove, ma è una di quelle piogge fini, vaporose, che ci vorrebbe l’ombrello come è naturale che sia ma ti senti stupido a girare con quell’arnese in mano se tutt’intorno non vedi goccie cadere. Eppure dopo qualche metro sei già bagnato, anche sotto l’ombrello perché quell’acqua arriva da tutte le parti e quindi ti ritrovi fradicio senza che tu te ne accorga.

Insomma, Giacomo se ne resta a letto con gli occhi chiusi e la mente sveglia. E’ domenica e nessuno lo costringerà ad uscire da quel nascondiglio meraviglioso. Accanto, su una vecchia sedia di legno che ha verniciato di blu almeno due anni prima, ci sono appoggiati alcuni giornali aperti alla pagina delle offerte di lavoro. A terra i calzini ed i jeans. Dalla cucina sente arrivare le voci di sua madre e suo padre. Parlano di come posizionare certe pentole all’interno di un mobile. Suo padre vuole avere ragione, sua madre ha deciso di non ascoltarlo.

Nella notte di quel sabato notte infinito, Giacomo ha visto e amato e voluto le gambe più belle del mondo. Lucide, lisce, tornite. Si muovevano sensuali al centro della pista di una discoteca urlante nel mirino di riflettori di un sole elettrico. Lei era stupenda. Un angelo, un diavolo. Tormento unico di una notte insonne. Il seno abbondante quasi pronto ad esplodere da una maglia aderente umanamente troppo stretta per contenere ogni cosa. E lui, lì, pronto, in attesa di quell’agognato scoppio. Bramoso di raccogliere il frutto delle sue preghiere.

Giacomo si mette a guardare la luce che filtra dai fori delle tapparelle lasciandosi trascinare nel fiume d’olio di pensieri lenti e silenziosi. Immagini prive di suono scorrono davanti ai suoi occhi senza che faccia o dica nulla. Vede se stesso nudo in piedi in un deserto di sabbia rossa e brillante, vede i suoi genitori, sua madre in auto con il bagagliaio colmo di borse della spesa, vede suo padre in bicicletta con la camicia da pensionato e la giacca da pensionato ed il gilet da pensionato per le strade della campagna vicina, vede qualche amico, soprattutto Valerio che studia da anni infiniti non-si-sa-cosa all’università, ma alla fine torna di nuovo sotto quella luce ossessionante, ritmica e angosciante. Vede Jessica o Deborah o Samantha o come cavolo si possa chiamare, ballargli davanti, nuda, serpente di carne e sangue e calore e muscoli e curve e sudore e sesso. Gli occhi di lei parlano, stordiscono con sussurri e bisbigli e la bocca si apre appena ma è una voragine dove perdere l’equilibrio e cadere nel vuoto. Curve e tentazione e desiderio e voglia e pazzia di correre fra le sue braccia e baciare baciare baciare. E Giacomo si sorprende a scoprire dove le sue mani sono finite, laggiù in fondo, nel caldo delle coperte e cerca e tocca e trova…

Di colpo la porta.

-Sei sveglio? Hai provato alla Impak? Ha detto la Gloria del piano di sotto che forse cercano-

Giacomo si piega, in qualche modo copre con la coperta la sua erezione -No, mamma, ci proverò-

30 | Secondo giorno, mercoledì. | “PROFUMO DI SPINACI”

Posted by Danilo Maraschi | 30 | maalox generation | mercoledì 20 gennaio 2010 15:12

A mio marito non piacciono gli spinaci. Per questo li cucino solo per me, la sera, quando lui fa il turno di notte.

Sono poche le donne che fanno il turno di notte, forse due. Speravo tanto di non farlo quando io e mio marito facemmo domanda di assunzione in fabbrica. Ricordo che tremavo al momento della consegna del modulo in portineria. Poi ci assunsero entrambi ed io fui graziata da una maternità da sostituire al montaggio dove il turno di notte non si faceva. Mio marito invece, passò allo stampaggio lamiere. Così nella settimana del turno di notte cucino spinaci e cavoli. E questo da oltre ventidue anni. Ma presto arriverà la pensione.

Stare a casa da sola, però, mi fa paura. Accendo la televisione e lascio che disturbi tutte le stanze con le chiacchiere. Voglio sentirmele addosso, come un maglione di lana. Ogni tanto mi guardo alle spalle. Franco dice che dovrei smetterla di comportarmi così, ha ragione, ma non posso farne a meno. Avverto come la presenza di qualcuno dietro di me. Allora accendo le luci, tutte le luci. E magari alzo ancora il volume della televisione.

Dalla cucina si sentono dei rumori metallici. Lo so, lo so bene che si tratta delle pentole che conquistano equilibri mentre si asciugano sullo scolapiatti. Ma io ho paura lo stesso. Ho paura perché seduto sul divano c’è qualcuno. E’ un uomo vestito di scuro.

Si ricomincia.

La dottoressa mi ha detto che stavo guarendo dalle visioni e gli antidepressivi che mi aveva dato sembravano fare il loro lavoro. Ma allora perché? Negli ultimi quattro anni sono ingrassata quindici chili. Forse le medicine. Sono cinque le pastiglie che prendo nell’arco della giornata.

Intanto l’uomo sulla poltrona non è andato via. Anzi, accanto a lui in piedi c’è qualcun altro. Mi sembra di conoscerlo. Arturo Solimeni, il vecchio caporeparto. All’epoca si era innamorato di me e la voce si era sparsa in giro. Ne parlavano tutti in fabbrica, anche al reparto stampaggio lamiere. Franco faceva spallucce, si fidava di me. La verità la conoscevamo solo noi. Poco ci importava quello che diceva la gente.

Ma io, Arturo Solimeni, l’ho baciato. Una volta, una sola volta. Nel magazzino. Stavo prendendo delle scatole quando voltandomi lo trovo davanti. Non mi dice nulla, si avvicina con un passo, mi mette le mani sulle spalle e mi bacia sulla bocca.

Ma nel magazzino non c’eravamo solo noi due. Franco venne a saperlo. Io gli dissi che non era vero. No, Franco, lo sai com’è la gente! Ma di notte… di notte sognavo quel bacio e sognavo di fare l’amore con Arturo. E adesso è lì che guarda, in piedi, accanto a chissà chi.

Mi alzo e passo in cucina. Sul tavolo ci sono le pastiglie. Prendo quella della sera. Nell’aria si sente ancora l’odore degli spinaci. Quando torno in soggiorno non c’è più nessuno. Nessuno mi guarda. Adesso posso finalmente piangere senza che qualcuno possa dire una sola parola.

BOH magazine

Posted by Danilo Maraschi | boh magazine | martedì 8 settembre 2009 15:08

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Forse non ve ne siete accorti ma in edicola, da poche settimane, è uscito un nuovo magazine. Un esperimento. Ci lavora un amico in redazione. Loro incrociano le dita. Io anche per loro. Quando potrò inserirò le loro copertine. Comunque il tutto si trova regolarmente nelle migliori edicole nazionali ed estere…