A mio marito non piacciono gli spinaci. Per questo li cucino solo per me, la sera, quando lui fa il turno di notte.
Sono poche le donne che fanno il turno di notte, forse due. Speravo tanto di non farlo quando io e mio marito facemmo domanda di assunzione in fabbrica. Ricordo che tremavo al momento della consegna del modulo in portineria. Poi ci assunsero entrambi ed io fui graziata da una maternità da sostituire al montaggio dove il turno di notte non si faceva. Mio marito invece, passò allo stampaggio lamiere. Così nella settimana del turno di notte cucino spinaci e cavoli. E questo da oltre ventidue anni. Ma presto arriverà la pensione.
Stare a casa da sola, però, mi fa paura. Accendo la televisione e lascio che disturbi tutte le stanze con le chiacchiere. Voglio sentirmele addosso, come un maglione di lana. Ogni tanto mi guardo alle spalle. Franco dice che dovrei smetterla di comportarmi così, ha ragione, ma non posso farne a meno. Avverto come la presenza di qualcuno dietro di me. Allora accendo le luci, tutte le luci. E magari alzo ancora il volume della televisione.
Dalla cucina si sentono dei rumori metallici. Lo so, lo so bene che si tratta delle pentole che conquistano equilibri mentre si asciugano sullo scolapiatti. Ma io ho paura lo stesso. Ho paura perché seduto sul divano c’è qualcuno. E’ un uomo vestito di scuro.
Si ricomincia.
La dottoressa mi ha detto che stavo guarendo dalle visioni e gli antidepressivi che mi aveva dato sembravano fare il loro lavoro. Ma allora perché? Negli ultimi quattro anni sono ingrassata quindici chili. Forse le medicine. Sono cinque le pastiglie che prendo nell’arco della giornata.
Intanto l’uomo sulla poltrona non è andato via. Anzi, accanto a lui in piedi c’è qualcun altro. Mi sembra di conoscerlo. Arturo Solimeni, il vecchio caporeparto. All’epoca si era innamorato di me e la voce si era sparsa in giro. Ne parlavano tutti in fabbrica, anche al reparto stampaggio lamiere. Franco faceva spallucce, si fidava di me. La verità la conoscevamo solo noi. Poco ci importava quello che diceva la gente.
Ma io, Arturo Solimeni, l’ho baciato. Una volta, una sola volta. Nel magazzino. Stavo prendendo delle scatole quando voltandomi lo trovo davanti. Non mi dice nulla, si avvicina con un passo, mi mette le mani sulle spalle e mi bacia sulla bocca.
Ma nel magazzino non c’eravamo solo noi due. Franco venne a saperlo. Io gli dissi che non era vero. No, Franco, lo sai com’è la gente! Ma di notte… di notte sognavo quel bacio e sognavo di fare l’amore con Arturo. E adesso è lì che guarda, in piedi, accanto a chissà chi.
Mi alzo e passo in cucina. Sul tavolo ci sono le pastiglie. Prendo quella della sera. Nell’aria si sente ancora l’odore degli spinaci. Quando torno in soggiorno non c’è più nessuno. Nessuno mi guarda. Adesso posso finalmente piangere senza che qualcuno possa dire una sola parola.